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FABRIZIO CORONA. LA CATTIVA STRADA, MONDADORI EDITORE

corona

Come si diventa Fabrizio Corona? In un viaggio nel passato, a partire dall’infanzia, Corona ripercorre la sua vita. Una vita rovesciata. Come un liceale di buona famiglia diventa Corona: tatuato, processato, carcerato. La cattiva strada. Conquiste e battaglie, ma anche sbagli e debolezze, senza giudizio, come se il Fabrizio di oggi fosse spettatore del Fabrizio di ieri e della sua crescita. Questo è un estratto dal suo nuovo libro.

 

Ditemi cosa non devo fare, e io lo farò. Ditemi: “Non correre, non arrampicarti, non buttarti”. Ditemelo come ora, un coro di voci che urla. “Ti ammazzi, ti spacchi la testa”, ditemelo e non vi ascolterò. Divisa blu del Kinderheim, come tutti gli altri. Solo che gli altri sono al sicuro di fronte all’edificio, gregge ubbidiente. Io invece sono sul trampolino, e vi assicuro che da quassù il mondo è diverso – quanti saremo quest’estate, trenta, quaranta? I bambini della Milano bene, sancarlini, sanbabilini. Bambini fortunati, con un grande futuro davanti: avvocati, industriali, giornalisti. Il mondo è nostro, i nostri padri lo hanno consegnato a noi, e noi non dobbiamo far altro che usarlo. La strada è stata tracciata: basta seguirla. Kinderheim di Cervia, inizio luglio, mamma e papà sono ancora in città a lavorare. Il coro di voci alle mie spalle aumenta: “Pazzo, incosciente, imbecille”. Io non sento niente, tranne la mia voce che dice: “Tu sei diverso. Tu il mondo non lo prendi in consegna, lo crei”. Eccomi qui a guardare dritto di fronte a me – che sia questo orizzonte indefinito il futuro? Da quassù è tutta un’altra cosa, una vertigine infinita –, eccomi alzare le braccia al cielo e tuffarmi di testa. Mi chiamo Fabrizio Corona, ho quarantadue anni, e questa è la storia di come sono finito in galera. Dall’inizio. E l’inizio è qui, a nove anni, in questa piscina vuota. “Sai chi sono io?” chiedo. Egon von Fürstenberg, Naomi Campbell, Gianni Versace. “Sai chi sono io?” ripeto. Antonio Cabrini, Enrico Ruggeri, Cindy Crawford. Le mani infilate in guanti di almeno cinque misure più della mia. Ci troviamo alla festa evento più importante di Milano, per il compleanno di “Moda”, a Palazzo Reale, diretta su Rai Uno, collegamento TV con le quattro capitali della moda: Parigi, New York, Los Angeles, Tokyo. È la festa di mio padre, voluta e organizzata da lui, un momento che sancisce la nascita ufficiale del decennio della moda. Nessuno mai dimenticherà quella serata. “Sai chi sono io?” domando di nuovo in mezzo alla folla, stavolta a Loredana Bertè, Elio Fiorucci, Oliviero Toscani. “Il figlio di Vittorio Corona”. E dunque: quali privilegi comporta questo? Perché c’è un ragazzino che lo sbandiera con orgoglio? Che cosa significa essere il figlio di Vittorio Corona nel 1986? Innanzitutto, significa tutto gratis; significa aprire la porta di casa e ritrovarsi davanti la ragazza del momento, quella su ogni copertina, Anna Falchi; significa che un giorno papà ti può dire: “Lunedì andiamo a Los Angeles”. Vittorio Corona, mio padre, è un uomo alto e robusto. Schiena dritta e spalle larghe, grazie al nuoto praticato fin da bambino. Capelli e occhi scuri, mascella squadrata. Il tipico maschio alfa, capigliatura folta, faccia vissuta. Disinvolto, affabile, scaltro, sa affascinare e intriga uomini e donne. Chiunque, più alto o più basso, dalla sfolgorante bellezza o trasandato, noto o sconosciuto, chiunque ne riconosce il carisma. C’è una foto di lui che firma un autografo a Sylvester Stallone. La luce dei riflettori è puntata su Vittorio Corona, anche se di fianco c’è Stallone (già famoso per Rocky III e Rambo 2). Non si tratta solo di carisma, è anche una questione di empatia. Vittorio mostra un interesse particolare per il prossimo. Chiunque percepisce che Vittorio Corona ti rivolge un’attenzione speciale, sì, proprio a te. Lui riceve tutti, ascolta richieste e necessità di ognuno. Solo che in una stanza piena di gente, magari durante un evento pubblico, ci sono tantissimi te da riconoscere… come si può pretendere che li ricordi tutti? Di questo la gente si lamenta: “Non mi ha salutato” dice. Da qui la sua fama di genio ma lunatico, di fuoriclasse ma spietato. La verità è che ha poca memoria per i visi, tutto qui. Poi, certo, sa essere anche molto duro. Quando si arrabbia non alza la voce, gli basta guardare dritto in faccia l’interlocutore; quando si arrabbia parla in siciliano, e le persone ammutoliscono. Il 10 aprile 1986 saliamo sul volo Roma – Los Angeles, scalo a New York. Prima classe. Siamo io, mio fratello Francesco e papà. Francesco dice di aver lasciato una lettera per Cristina, la fidanzata, dovesse mai cadere l’aereo: “Ti amerò per sempre” le ha scritto. E io? Io non ho lasciato nessuna lettera. Non sono fidanzato, alle donne non ci penso. E se quest’aereo dovesse mai cadere – mi accoccolo sul sedile, occhi socchiusi, cercando di prendere sonno –, pazienza. La persona più importante è qui di fianco a me, mio padre. Ho dodici anni, ma ne dimostro meno. Magrolino e timido, è difficile dire cosa ci sia nella mia testa. È più facile dire quello che non c’è. Non ci sono timore, smarrimento, complessi di inferiorità. Accetto che il predestinato in famiglia sia Francesco, il mio fratello maggiore. Lui, che gioca a calcio come centrocampista, farà il modello e conquisterà il mondo. È lui l’erede diretto di Vittorio, così pare. Federico, il mio fratello minore, è ancora troppo piccolo, non si capisce bene la sua personalità. Si dice che il secondogenito sia lo sfavorito. Il primogenito è oggetto di previsioni e aspettative, il terzogenito è viziato e coccolato. Il secondogenito se la deve cavare da solo. La cosa non mi spaventa – mi sistemo ancora meglio su questo sedile di prima classe, la testa sulla spalla di papà –, niente mi spaventa. Il mio ideale da imitare è Vittorio Corona, voglio diventare come lui. E non ho bisogno dell’aiuto di nessuno. La rivista ci ha messo a disposizione un attico a Beverly Hills. Tre camere, un salone, una cucina e una terrazza da cui si vede la scritta HOLLYWOOD. Papà è qui per lavoro, anche se ci assicura che nel weekend ci porterà dove vogliamo. Io so bene dove voglio andare, sono venuto in America apposta, non penso ad altro in attesa di quel fine settimana, “ma quando 0mi porti papà?”. Nel frattempo incontriamo persone, pranziamo e ceniamo fuori. Cocktail e feste. “Non posso crederci” mi mette una mano sul braccio mio fratello Francesco. “Cosa?” “Davanti a te”. “Cosa?”, ripeto. “La bionda”. “Chi è?” Mi accusa di vivere fuori dal mondo, davanti a noi c’è la bellezza in persona, e io manco me ne accorgo. Davanti a noi, miniabito rosa, c’è un’attrice famosissima. Francesco continua a fissare quella che diventerà la sua ossessione nei giorni successivi. Il fatto è che a me non interessa. Di quell’attrice, di David Bowie, e di Iman da cui una sera andiamo a cena. Mi limito a seguire papà. In disparte, annoiato. Non sono ancora Fabrizio Corona. Ho dodici anni e la testa altrove. Di certo non qui – non so neanche a casa di chi siamo, forse di Stallone o De Niro –, di certo non a questo pranzo estivo nonostante sia aprile, con la madre di quella ragazza che chioccia: “Dài, cara, fa’ un tuffo in piscina”. Quarant’anni, senza la bellezza della figlia che vede come riscatto personale. “Fa così caldo” insiste la donna il cui unico desiderio è che la figlia diventi la più famosa nel mondo. La sua bambina deve lasciare l’impronta sul Sunset Boulevard come Marilyn. Lei ha diciassette anni ed esegue gli ordini della mamma: si spoglia, rimane in bikini, cammina con gli occhi di tutti addosso. I movimenti aggraziati, l’ossatura minuta, sembra una bambina. E quella bambina avanza sul prato con l’andatura di una funambola. Come se camminasse su un filo, e noi a guardarla, lei lo sa. Per questo, per compiacere il suo pubblico, fa una piccola giravolta. Funambola ballerina. La madre sospira: “È perfetta, una creatura perfetta”, e poi socchiude gli occhi al sole, a godersi i primi raggi della stagione. Si dice che per accentuare l’aspetto infantile della figlia, La madre la obblighi alla depilazione totale. Come a dire: ti offro la mia bambina in dono, intatta. Me lo racconta un tizio seduto di fianco a me, scuotendo la testa e commentando che per quella ragazza la madre sarà la sua rovina. Me lo conferma mio padre: è cosa risaputa che quella strega diminuisce l’età della figlia, dice che ne ha quattordici, non diciassette. Se potesse scegliere da sé, forse quella povera ragazza farebbe altro, non sarebbe neanche qui (da Stallone o De Niro), a immergere il piede nell’acqua della piscina a fagiolo per assicurarsi che non sia troppo fredda, e a tuffarsi a candela, sparire e infine riemergere, i capelli bagnati, gli occhi dilatati, quasi in una richiesta d’aiuto. Avessi qualche anno di più, fossi già Fabrizio Corona, giuro che mi tufferei a salvarla, perché quella ragazzina va salvata. E invece penso ad altro: “Papà, quando mi porti a Disneyland?”. È il mio chiodo fisso, mentre mio fratello esce la sera, gira per locali e, prima di uscire, in bagno davanti allo specchio, mi dice: “Tu sei pazzo, fuori c’è il mondo”. Io chiedo di nuovo: “Papà, quando cavolo mi porti a Disneyland?” e poi me ne vado a letto. Mi porta a fine mese. Francesco si rifiuta di venire: “Vado in piscina da Mike” annuncia la mattina ancora a letto, girandosi dall’altro lato. Nessuno gli chiede chi sia questo Mike. Sono giorni caotici, gente che va e viene, noi per primi andiamo e veniamo da case di cui non conosciamo i proprietari – Stallone o De Niro –, e chissenefrega chi è Mike. Scopriamo poi che Mike è Mike Tyson. Il giorno dopo mio fratello Francesco sosterrà di aver baciato quell’attrice famosa, non è chiaro quando e dove, forse a una festa, resta sul vago. Il bacio con quella ragazza è il suo trofeo di Los Angeles, bacio che, di versione in versione, da amico ad amico, aumenta in dettagli e pathos: 2Ho una storia con un’attrice famosa, sì, ma le storie a distanza, boh…” fino a: “Mi sa che la lascio, ho bisogno di libertà, cazzo”. In aereo gli chiedo: “L’hai vista nuda?”. Lui annuisce. “E com’è?” “Strafiga”. “E sotto?” “Come vuoi che sia…” “Pelosa?” “Pelosissima” risponde lui che non sa nulla della depilazione totale. E dunque, mentre il fratello maggiore baciava un’attrice famosa, suo fratello minore metteva piede a Disneyland per la prima volta in vita sua. E mentre il trofeo di Francesco Corona sarà appunto una donna bellissima (“Si è innamorata, mi asfissia” continua a ripetere), quello di Fabrizio Corona sarà la tazza di Topolino. Non che me ne freghi qualcosa di Topolino, è solo una prova che sono stato a Disneyland: sapete per quanti anni ho fatto colazione con quella tazza? Adventureland, Jungle Cruise, Splash Mountain. E ancora: Tom Sawyer Island, Galeone dei Pirati, Tunnel della paura. E infine, l’attrazione più emozionante: The Big Thunder Mountain. Mio padre lassù però non vuole portarmi, “roba senza senso” dice “e anche pericolosa, qualche anno fa c’è morto un ragazzo”. Io non mollo: sono venuto in America solo per questo. Ci vanno tutti, non la vede la fila? Lui ripete che no, non salirà mai là sopra. Io insisto: perché mi fa questo, perché? “Soffro di vertigini” confessa. Io ammutolisco. Ma come, mio padre così forte, invincibile, coraggioso. Lui che, quando ha scoperto che la TV per la quale lavorava aveva rapporti con la mafia, si è licenziato e si è trasferito a Milano, e addio Catania. Lui che non ha mai avuto paura di niente, neanche di ricominciare da capo in un’altra città senza il sostegno della famiglia. Lui, proprio lui, soffre di vertigini. Non è possibile, mi dico, le vertigini sono una cosa da sfigati. Vittorio Corona non può soffrirne, è da deboli, e mio padre non lo è. “Dài, papà, dimmi che è uno scherzo, solo una scusa per non salire su quest’affare”. Invece no, lui mi racconta di averlo scoperto di recente, prima non succedeva, quando ad esempio si tuffava dai faraglioni ad Aci Trezza. Forse è stata Milano, la lontananza da noi, una reazione psicosomatica, vai a sapere. Io annuisco, ma dentro di me non capisco. Non so se papà ha fatto bene a confidarmi questa cosa, a mostrarsi così fragile a me, suo figlio, non so se da adesso cambierà l’idea che ho di lui. A volte basta davvero poco per demolire un gigante. Mio padre però è un uomo intelligentissimo, e deve aver capito il mio silenzio. Non ci sta a rimpicciolire, vuole tornare gigante. Mi prende per il braccio e mi dice “Andiamo”, diretto verso quell’attrazione. A dodici anni non so bene cosa significhi soffrire di vertigini, so che è legato all’altezza, che non puoi stare troppo in alto, ma non conosco gli effetti. Solo molti anni dopo, all’ultimo piano di un grattacielo di Miami, capirò il gesto di mio padre. Ma è troppo tardi per dirgli “grazie”.È passato troppo tempo da quel giorno. Siamo seduti sulle montagne russe più alte del mondo. La sbarra è abbassata. Pronti a partire. Uno, due, tre, via! Il carrellino sale lentamente. Saliamo saliamo, fino al punto più alto, sotto di noi Disneyland, la California. Siamo in cima all’America. Un istante brevissimo per poi precipitare nel vuoto… una caduta repentina che quasi blocca il respiro. Urla di adulti e ragazzini. Adrenalina a mille. Vedo mio padre chiudere gli occhi, comprendo la sua paura, deve essere questo soffrire di vertigini, e allora gli prendo la mano. Gliela stringo. Su e giù per queste montagne russe che sembrano infinite. Gliela stringo fortissimo e non la lascio più. Ancora adesso la sto stringendo.

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