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SEMPLICEMENTE MODÀ

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Si considerano nazional-popolari, ammirano i Pooh e si apprestano a riempire due date allo stadio di San Siro. Il segreto? Parlare il linguaggio della gente comune. di Guido Biondi

 

Francesco “Kekko” Silvestre, Enrico Zapparoli, Diego Arrigoni, Stefano Forcella e Claudio Dirani sono i Modà. Una band che in pochissimi anni ha raggiunto traguardi negati alle più longeve popstar italiane. Il 18 e 19 giugno saranno nuovamente protagonisti allo stadio di San Siro, meta prediletta per ogni musicista. Itaeventi ha intervistato Kekko per capire qual è la loro formula vincente e per capire perché provocano anche molta invidia.

Com’è iniziata l’avventura dei Modà?
Per noi il concetto fondamentale è sempre stato il concerto dal vivo, suonare nei locali. Per quanto mi riguarda ho sempre fatto l’autore delle canzoni, passavo tantissimo tempo a scrivere. Sin dall’inizio abbiamo avuto persone che ci hanno seguito con piacere. Un giorno in uno di questi locali, il Live di Trezzo, è venuto ad ascoltarci Lorenzo Suraci, patron di Rtl 102.5. Poco dopo ci convocò nel suo ufficio e firmammo un contratto. Iniziò un percorso travolgente. Noi avevamo già il nostro “zoccolo duro” di pubblico e tanti chilometri alle spalle, suonavamo da dieci anni nei club e nelle piazze. Con Suraci tutto è diventato più professionale, con un’etichetta discografica che ci seguiva a 360 gradi. Grazie all’esposizione radiofonica e televisiva ci hanno conosciuto in tantissimi e abbiamo conquistato spazi più grandi.

All’inizio della vostra carriera suonavate delle cover di altri artisti?
Noi non abbiamo mai suonato delle cover ma presentato i nostri brani originali. Molti locali ci chiedevano di suonare brani di altri ma siamo sempre stati molto cocciuti e, per questo, abbiamo avuto anche qualche problema a trovare spazi. Piuttosto di suonare le cover di altri abbiamo deciso di esibirci gratis o addirittura pagavamo noi. Ma questa scelta di perseverare con le nostre canzoni, alla fine, ha pagato.

Ha mai nostalgia delle prime occasioni nelle quali suonavate dal vivo?
Più che altro quando ascolto le mie prime canzoni ricordo una grande serenità, molto più di adesso. Non dovevo dimostrare niente a nessuno. Non c’era la paura di non piacere o di ripetere il successo ottenuto. Con Viva i Romantici ci è andata molto bene, con Gioia altrettanto, ha venduto quasi mezzo milione di dischi; con Passione maledetta siamo già al triplo platino. Ma con grande ansia, grande preoccupazione: il successo non è mai facile. Noi abbiamo successo ma se devo “pesare” lo stress e la serenità preferisco i primi tempi nei quali c’erano i sogni nel cassetto e il divertimento. Eravamo più spensierati.

Cosa significa suonare davanti a 60.000 persone allo Stadio di San Siro? C’è il rischio di sentirsi onnipotente?
In realtà – personalmente – non mi sono mai sentito onnipotente. Casomai miracolato. A San Siro hanno suonato 35 artisti da tutto il mondo… Un miracolo perché per ottenere questo risultato devono esserci tanti fattori combinati all’unisono. Penso alle canzoni, penso a Lorenzo e al suo impegno, alla nostra squadra di lavoro. Io durante il concerto allo stadio mi sento parte integrante con il pubblico, uno di loro. Dico spesso che io sono il fan dei miei fan. Parte sempre tutto dal loro. Non lo dico per umiltà perché in questo caso c’entra poco con le parole; l’umiltà la devi avere nei fatti, nelle azioni. La sensazione di grande libidine è trovarsi davanti a 60.000 persone che cantano le tue canzoni, quelle che hai scritto nella tua taverna. Quello che mi emoziona di più è quando canto allo stadio una canzone che ho scritto oltre dieci anni fa e che magari suonavo nelle piazze o negli oratori. So di aver percorso un cammino anche con grandi sofferenze e lotte ma ne è valsa la pena: la più grande soddisfazione di un artista è riuscire a godere dei propri sacrifici a distanza di anni ed esserne orgoglioso. Senza mai dimenticare le persone che ti sono vicine e che ti hanno aiutato, altrimenti non vai da nessuna parte. Anche nel nostro mestiere come per il calcio c’è bisogno di una grande squadra: dal manager, all’agente, all’ufficio stampa e così via.

Tornate a San Siro per due concerti il 18 e il 19 giugno consolidando la vostra popolarità. Oltre a grandi soddisfazioni ci saranno anche grandi invidie: molte popstar faticano a riempire un palazzetto dello sport. E anche molti denigratori sono particolarmente aggressivi con voi.
Beh è chiaro che mi dispiace, non sono ipocrita e i denigratori mi fanno incazzare. So di avere tanti nemici e che a molti non stiamo simpatici. È un po’ come la Juve che sta sul cazzo a tutti perché vince sempre e quindi talvolta risulta antipatica. Io non sono juventino ma parlo da tifoso, da sportivo. Però il fatto di vincere sempre rende grande questa squadra. È vero che alcune popstar faticano a riempire i palazzi dello sport e credo sia dovuto al fatto che non sono nazional-popolari. Noi lo siamo. E non ci rende fighi. Alcune radio non ci trasmettano proprio perché siamo nazional popolari. Però abbiamo venduto un milione e settecentomila copie dei nostri dischi e riempito i palazzetti con trecentomila persone e lo stadio di San Siro, un risultato da rabbrividire. Io credo che quando hai la gente davanti a te nei concerti e quando vendi dischi hai vinto.

C’è un gruppo nazional-popolare per antonomasia, la più longeva band italiana, i Pooh. Vi sentite i loro eredi?
I Pooh saranno nostri ospiti il 19 giugno a San Siro. Anche loro – per tornare al discorso di prima – hanno sempre faticato ad essere trasmessi in radio. Eppure dopo cinquant’anni di carriera riempiono lo stadio di San Siro. Due date già sold out. Se il concetto di esser nazional-popolare significa non essere trasmessi in radio ma avere il consenso della gente preferisco tenermi quest’ultimo. Non posso parlare di eventuale eredità, casomai lo diranno loro. Se me lo dicessero in un orecchio lo andrei a urlare al mondo. A noi ci hanno spesso preso in giro chiamandoci “i nuovi Pooh”: pensavano di prenderci per i fondelli ed invece io godevo di questo. Posso solo dire che come loro siamo una band, come loro siamo nazional-popolari e come loro cantiamo per la gente. da qui a diventare eredi dei Pooh mancano almeno altri 35 anni (ride, ndr).

Avete mai pensato di puntare all’estero come è successo a Ramazzotti, Pausini etc?
Nel 2014 abbiamo fatto un bellissimo tour all’estero ed è andato molto bene. Io non sono uno che cerca il successo a tutti i costi, non me ne importa nulla. Non ho mai fatto musica per diventare il migliore di tutti. Ho fatto musica per cercare di divertirmi ed emozionare le persone: l’obbiettivo non era superare qualcuno ma casomai me stesso. Se arrivasse l’opportunità di fare qualche progetto all’estero ma con la massima serenità accetterò di farlo. Ma non l’andrò mai a cercare. Poi ci sarebbe altro stress, altre polemiche, altre pressioni, che palle! La salute prima di tutto!

Sei molto prolifico come autore e molti brani sembrano dettati dall’urgenza di comunicare emozioni realmente vissute, è così?
Se prendiamo il periodo di “Gioia” ho messo tutto quello che ho vissuto nell’album. Dal nome di mia figlia alle emozioni vissute in famiglia, alla malattia di mia madre che oggi – grazie a Dio – sta benissimo. Prendo spunto dalla vita e probabilmente questo linguaggio così normale, molto simile alle cose che tutti vivono sulla propria pelle ogni giorno, ci ha reso popolari. Forse il vero segreto dei Modà è quello di avere canzoni che nascono dalla famiglia, dall’amore, dalla vita. Che poi non è un segreto ma la semplicità che tutti capiscono.

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