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NINA ZILLI NEI CLUB ITALIANI CON IL MODERN ART TOUR

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Da ottobre Nina Zilli sarà on stage nei club italiani con il Modern Art tour. Sarà l’occasione per ascoltare i suoi successi più amati ma anche i brani del suo ultimo lavoro discografico. E sul palco ci sarà un’assoluta novità: un deejay.
di Cristiana Zappoli

 

La storia di Nina Zilli è la storia di una bambina che a cinque anni, seduta sul divano, indicava la televisione dicendo: «Io da grande voglio andare lì». E “lì” era il Festival di Sanremo. Allora si chiamava Maria Chiara Fraschetta, viveva in provincia di Piacenza e sapeva perfettamente cosa voleva fare da grande: la cantante. «Mia mamma non riusciva mai a lavarmi, – racconta – mi agitavo troppo. L’unico modo per riuscirci era accendere la radio e cercare le canzoni che piacevano a me, allora stavo buona almeno per un po’. Sono stata fortunata, perché ho sempre avuto le idee chiare. Mi sono anche laureata in Relazioni Pubbliche, ma l’ho fatto per i miei genitori, che pensavano che la musica potesse essere al massimo un hobby. Ma anche mentre mi laureavo speravo che la mia strada avrebbe preso una direzione diversa». E lo ha fatto: un anno dopo quella laurea ha preso la direzione di Sanremo, dove ha partecipato nella categoria “Sanremo Nuova Generazione” con il brano L’uomo che amava le donne, che ha vinto tutti e tre i premi della critica: «un brano – spiega Nina Zilli – che ho scritto e arrangiato del tutto da sola. Non potevo credere a quello che avevo fatto. Forse quello è stato il momento in cui ho capito che la musica poteva veramente diventare la mia vita come avevo sempre sognato». A settembre Nina Zilli ha pubblicato il suo quarto album, Modern Art, che la cantautrice definisce urbano/ tropicale, perché è stato scritto tra Milano e la Giamaica e presenta sonorità che mixano reggae, rap e suoni più urbani. Tra ottobre e novembre sarà in tour nei club italiani che, sostiene, «sono una location perfetta per suonare questo disco che parla di condivisione vera, di amore universale».

Quale sarà la caratteristica principale del tour?
La tantissima energia. Nei club l’energia è alle stelle e tutto è più intimo, anche rispetto ai teatri. Inoltre non solo i contenuti del disco sono adatti ai club, lo sono anche le sonorità, caratterizzate, per esempio, da molte clavi caraibiche. A chi mi conosce solo per le mie apparizioni a Sanremo sembrerà sicuramente un disco molto lontano dal mio stile ma in realtà è un ritorno alle origini. Sono sonorità che ripropongo ma in modo nuovo perché non mi piace ripetermi. Penso che sarebbe noioso per gli altri ma anche per me. Mi piace cambiare, evolvermi, mixare i generi musicali: oggi è già stato esplorato tutto, non si può inventare qualcosa di nuovo, ma si possono mischiare le carte in tavola, contaminare.

La novità del tour è che insieme a lei sul palco ci sarà un deejay.
Esatto, sarò accompagnata da cinque elementi e deejay Zak, uno dei più importanti in Italia, e questa per me è una cosa completamente nuova, ma è anche qualcosa che ho sempre voluto fare. Una delle mie band preferite degli anni Novanta, i Sublime, che sono la massima espressione del sound californiano di quegli anni, riuscivano a mescolare in un’armonia pazzesca il reggae con il funk, con lo ska con il pop e con un deejay: quindi io non vedo l’ora di fare lo stesso. Lo avevo in mente da un po’ però ci voleva il disco giusto. Questo è un disco molto suonato ma poi campionato, tagliato e lavorato in modo che i suoni siano moderni e quindi adatto alla presenza di un deejay che non avrà un ruolo marginale, ma sarà un musicista sul palco, un vero valore aggiunto.

Perché ha chiamato l’album Modern Art?
Il nome viene da una traccia che si chiama Domani arriverà e, tra parentesi, ho aggiunto Modern Art. È una canzone molto significativa da diversi punti di vista. Intanto la parola modern per me è nuova, io sono una ragazza vintage, l’aggettivo modern segna un distacco con i miei precedenti, indica che stiamo parlando di qualcosa di nuovo. Non si parla di arte moderna ma nella canzone spiego che il mio modo di vivere la vita moderna è quello di scollegarmi da tutto ciò che è digitale, telefonia, messaggistica per… annoiarmi un po’. Quella “sana” noia che provavamo negli anni 90 quando non sapevamo cosa fare e non avevamo i social da controllare per riempire i vuoti. Quella noia a me faceva venire voglia di suonare il pianoforte, o di scrivere una canzone o di uscire a fare una passeggiata. La mia non vuole essere una paternale agli altri, sono io la prima a farmela, perché mi rendo conto che nei “famosi” due minuti in cui non sappiamo cosa fare tutti guardiamo il nostro smartphone o il nostro tablet mentre prima era lecito anche annoiarsi.

Quindi i social sono “il male”?
Assolutamente no ma dovremmo riuscire a usarli in un modo socialmente utile, non tanto per concentrarci su noi stessi e su quello che facciamo ma per connetterci veramente con gli altri esseri umani, per far viaggiare online le notizie e non le “bufale”, per promuovere le cose belle e non gli haters. La tecnologia ci permette di annullare le distanze, ci facilita la vita, ma spesso tende a isolare e in un periodo storico come questo, in cui la parola chiave non è pace ma è guerra, non è giusto isolarsi. Anzi, è proprio in periodi così neri per l’umanità che gli esseri umani si devono dimostrare umani e quindi si devono unire alla ricerca del diritto alla vita e alla pace di tutti.

La guerra le fa paura?
Molto. Paradossalmente tutta la libertà che abbiamo oggi ha fatto in modo che smettessimo di andare a fondo alle cose perché quando ci sentiamo liberi siamo meno preoccupati. Forse ci siamo abituati a rimanere in superficie, a non approfondire veramente le cose ed è pericoloso perché poi chi veramente tiene le fila della nostra società se ne può approfittare. Siamo troppo concentrati su noi stessi, usiamo una sorta di schermo per ripararci dalla vita vera per paura di farci male.

Tornando al disco, quindi la canzone che dà il nome all’album è quella a cui tiene di più?
È la canzone più significativa. Quelle a cui tengo di più sono due: una si chiama Il punto in cui tornare, l’ho scritta per Carlo U. Rossi che è stato il mio padrino musicale e se ne è andato all’improvviso. Quando ho iniziato a scrivere non sapevo neppure cosa stavo scrivendo: questa è la magia della musica, che fa un po’ anche da “strizzacervelli”. E l’altra è la canzone che chiude il disco, che si chiama Come un miracolo, è un po’ il mio augurio all’umanità, perché stare da soli è difficile ma insieme è più facile. È una delle canzoni pacifiste del disco, spero veramente che riusciremo tutti a ritrovarci. Questo disco parla di amore universale più che di amore a due, ho voluto anche il simbolo della pace in copertina. È incredibile sentire ancora il bisogno di usare questi simboli e sentire la scrittura che va nella direzione di questo tipo di argomenti.

C’è un filo conduttore che unisce la sua musica?
Io credo che la costante sia, oltre ovviamente alla mia voce, il mio modo di scrivere, anche se è sempre in evoluzione. Quando scrivo una canzone nasce sempre pianoforte e voce oppure chitarra e voce e dopo mi piace metterle un vestito. Facendo un parallelo con la moda: è come se scrivessi collezioni diverse, in cui ci sono pezzi continuativi e altri completamente nuovi. Voglio trovare un mondo per delle canzoni che scrivo e la costante è e sarà sempre questa.

In tanti anni di carriera ha mai corso il rischio di perdersi?
Sì, più di una volta. In particolare mi è successo di vivere un’esperienza discografica molto negativa, dovevo cantare canzoni scritte da altri su sonorità che non mi piacevano. Un’esperienza che mi ha spaventato a tal punto che ho smesso di fare qualunque cosa per due anni. Dopo, però, è come scattato qualcosa, questa esperienza mi fece capire che avrei suonato in piccoli locali tutta la vita piuttosto che fare musica che non mi piaceva. È stato dopo quell’esperienza che mi sono presentata alla Universal con un disco interamente scritto e arrangiato da me, mi rappresentava al 100% ed è andata benissimo!

Sembra una persona poco avvezza a scendere a compromessi…
È vero, perché credo che il nostro lavoro richieda libertà. Io ho una mente molto elastica, quindi capisco che non si può non cedere mai, bisogna anche ammorbidirsi su certe cose. E soprattutto bisogna avere il coraggio di ammettere di aver torto quando è così. Però se per compromesso intendiamo permettere a qualcuno di barattare la nostra anima, allora no, è qualcosa che non posso accettare.

Musica, moda, basket e motociclette: sono le sue passioni che ormai tutti conoscono. Cosa manca all’appello?
Lo snowboard. Sono una free rider, vado nella neve fresca, cerco di stare attenta ai pini ma ogni tanto ne prendo uno! Lo snowboard rappresenta il mio lato spericolato. Da piccola lo ero molto di più, una voltami sono tuffata da una scogliera dell’altezza di 16 metri, avevo 12 anni…è stato bellissimo ma non lo rifarò mai più!

 

Modern Art e la Jamaica

«Scrivere un disco con i contenuti del mio e non pensare alla Giamaica è impossibile. Bob Marley è stato l’ultimo profeta pacifista. Quando spiegava il reggae, all’inizio, nessuno lo capiva. Lui diceva sempre, delle sue canzoni e del reggae in generale, che questo tipo di musica non era niente se le parole che accompagnava non venivano capite. La sua musica mi ha iniziato al reggae, me ne sono innamorata quando ero alle medie e appena ne ho avuto la possibilità sono andata in Giamaica, era uno dei miei sogni, vivere quel mondo, respirare quell’aria». Nina Zilli

 

Concerti

  • 13/10 Teatro San Domenico, Crema (data zero)
  • 14/10 Vidia Club, Cesena
  • 18/10 Alcatraz, Milano
  • 19/10 Hiroshima Mon Amour, Torino
  • 27/10 New Age, Roncade (Tv)
  • 3/11 Viper Club, Firenze
  • 4/11 Atlantico, Roma
  • 11/11 Phenomenon, Fontaneto D’Agogna (No)
  • 17/11 Vox, Nonantola (Mo)
  • 18/11 Latte +, Brescia
  • 24/11 Casa Della Musica, Napoli
  • 25/11 Industrie Musicali, Maglie (Le)
  • 26/11 Demodé, Modugno (Ba)
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